Così la concertazione industrial-sindacale frena l’innovazione in Italia. Parla Ichino
“Il governo deve proseguire in tempi brevi con interventi per la competitività e la produttività”, hanno chiesto ieri tutti i partiti della maggioranza (Pd, Pdl e Scelta civica) nella risoluzione per approvare il Documento di economia e finanza (Def). Eppure la vicenda degli ultimi incentivi alla produttività del lavoro, come ricostruita dal Foglio di sabato scorso, dimostra ancora una volta “debolezza” e “diffidenza verso l’innovazione” del nostro sistema di relazioni industriali, dice al Foglio Pietro Ichino, giuslavorista e senatore del movimento Scelta civica guidato da Mario Monti. In estrema sintesi, ecco quel che è accaduto sulla detassazione del salario di produttività approvato dal governo Monti a fine 2012. Leggi anche La produttività è fottuta (4 maggio) - Da sempre le parti sociali puntano ai soldi pubblici, senza accettare riforme (7 maggio)

“Il governo deve proseguire in tempi brevi con interventi per la competitività e la produttività”, hanno chiesto ieri tutti i partiti della maggioranza (Pd, Pdl e Scelta civica) nella risoluzione per approvare il Documento di economia e finanza (Def). Eppure la vicenda degli ultimi incentivi alla produttività del lavoro, come ricostruita dal Foglio di sabato scorso, dimostra ancora una volta “debolezza” e “diffidenza verso l’innovazione” del nostro sistema di relazioni industriali, dice al Foglio Pietro Ichino, giuslavorista e senatore del movimento Scelta civica guidato da Mario Monti. In estrema sintesi, ecco quel che è accaduto sulla detassazione del salario di produttività approvato dal governo Monti a fine 2012: tra circolari ministeriali approvate con il governo dimissionario, e accordi privati Confindustria-Cgil-Cisl-Uil, si sono resi meno stringenti i criteri che l’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero, aveva imposto di rispettare per poter attingere ai fondi pubblici. Il tutto su iniziativa della Cgil e con la connivenza di Viale dell’Astronomia: nel 2012, il sindacato di Corso Italia definiva le condizioni di Fornero per ricevere questi 1,6 miliardi di euro di detassazione come un attacco ai lavoratori, salvo poi firmare, due settimane fa, la stessa intesa con le altre parti sociali rifiutata allora. Ma cosa sia cambiato nel frattempo, nessuno sembra esserselo chiesto davvero.
Per Ichino sono due i filoni da indagare: quello del “gioco politico” della Cgil, e soltanto poi quello dei ritocchi al ribasso per rendere meno innovativa la norma Monti-Fornero. “La mia impressione è che il motivo determinante delle scelte della Cgil vada sempre cercato sul terreno della politica nazionale – dice il giuslavorista con un passato nel Pd e nella Cgil – Nel 2009 il sindacato di Corso Italia non ha firmato l’accordo quadro sulla riforma contrattuale perché promotore ne era il ministro Maurizio Sacconi. Nel 2011 ha firmato perché Sacconi era stato tagliato fuori e l’interlocutore era un presidente di Confindustria, Marcegaglia, che con Sacconi ha litigato. Nel 2012 non ha firmato l’intesa sulla produttività perché c’è l’odiato ministro Fornero, nel 2013 firma perché l’odiata Fornero è fuori dai giochi”.
Per Ichino, insomma, quello politico rimane il criterio con cui valutare l’atteggiamento della Cgil: “Poi ciascuna sterzata politica viene giustificata con qualche sottolineatura, con qualche parola-bandiera in più o in meno, cui viene attribuito un significato pratico maggiore di quanto essa non abbia in realtà”.
Fatto sta che la Cgil dice di aver contribuito a modificare la circolare del ministero utile ad applicare il decreto, per esempio inserendo riferimenti espliciti allo Statuto dei lavoratori per depotenziare strumenti come il “demansionamento” (cioè la possibilità di cambiare ruolo a prescindere dal tipo di contratto di assunzione): “Il riferimento allo Statuto ha un significato simbolico – dice Ichino – L’articolo 13 dello Statuto che tutela la ‘rigidità funzionale’ nelle imprese è una norma datata secondo la maggior parte dei giuslavoristi, ma la contrattazione collettiva ha il potere di depotenziarla. E poi la Cgil ha pur sempre firmato l’accordo interconfederale del giugno 2011 che permette alla contrattazione aziendale di intervenire in materia con ampia libertà”. A proposito, come giudica il fatto che lo scorso 24 aprile Confindustria, Cgil, Cisl e Uil abbiano fatto rientrare dalla finestra il Ccnl (Contratto collettivo nazionale di lavoro) che nel decreto Monti-Fornero non c’era? “E’ un altro caso di parola-bandiera della Cgil – risponde Ichino – Sul piano pratico, grazie all’accordo del 2011 le intese aziendali continueranno a essere stipulate, pure da parte di sindacalisti e militanti di base della Cgil”. Su un punto, però, anche il politico montiano ammette che il lavorìo svolto dietro le quinte dalle parti sociali possa aver intaccato in maniera sostanziale – e non solo politica – i piani di Fornero. Se il ministro aveva previsto la scelta tra due “binari” per accedere ai fondi (uno con indicatori quantitativi, l’altro in cui bisognava scegliere almeno tre settori d’intervento per migliorare la produttività in azienda), la Cgil rivendica di aver ottenuto che la semplice redistribuzione degli orari sia stata spostata nel primo binario. Ritoccare gli orari di lavoro, quindi, sarà valutato di per sé sufficiente per essere finanziati dallo stato: “Effettivamente il nuovo accordo dice questo, e lo stesso sembra dire la circolare ministeriale. Però mi pare strano che una circolare ministeriale, o peggio un accordo sindacale, abbiano la pretesa di mutare sostanzialmente il contenuto di un provvedimento regolamentare di rango superiore come il decreto del 2012”.
Fatto sta che la Cgil dice di aver contribuito a modificare la circolare del ministero utile ad applicare il decreto, per esempio inserendo riferimenti espliciti allo Statuto dei lavoratori per depotenziare strumenti come il “demansionamento” (cioè la possibilità di cambiare ruolo a prescindere dal tipo di contratto di assunzione): “Il riferimento allo Statuto ha un significato simbolico – dice Ichino – L’articolo 13 dello Statuto che tutela la ‘rigidità funzionale’ nelle imprese è una norma datata secondo la maggior parte dei giuslavoristi, ma la contrattazione collettiva ha il potere di depotenziarla. E poi la Cgil ha pur sempre firmato l’accordo interconfederale del giugno 2011 che permette alla contrattazione aziendale di intervenire in materia con ampia libertà”. A proposito, come giudica il fatto che lo scorso 24 aprile Confindustria, Cgil, Cisl e Uil abbiano fatto rientrare dalla finestra il Ccnl (Contratto collettivo nazionale di lavoro) che nel decreto Monti-Fornero non c’era? “E’ un altro caso di parola-bandiera della Cgil – risponde Ichino – Sul piano pratico, grazie all’accordo del 2011 le intese aziendali continueranno a essere stipulate, pure da parte di sindacalisti e militanti di base della Cgil”. Su un punto, però, anche il politico montiano ammette che il lavorìo svolto dietro le quinte dalle parti sociali possa aver intaccato in maniera sostanziale – e non solo politica – i piani di Fornero. Se il ministro aveva previsto la scelta tra due “binari” per accedere ai fondi (uno con indicatori quantitativi, l’altro in cui bisognava scegliere almeno tre settori d’intervento per migliorare la produttività in azienda), la Cgil rivendica di aver ottenuto che la semplice redistribuzione degli orari sia stata spostata nel primo binario. Ritoccare gli orari di lavoro, quindi, sarà valutato di per sé sufficiente per essere finanziati dallo stato: “Effettivamente il nuovo accordo dice questo, e lo stesso sembra dire la circolare ministeriale. Però mi pare strano che una circolare ministeriale, o peggio un accordo sindacale, abbiano la pretesa di mutare sostanzialmente il contenuto di un provvedimento regolamentare di rango superiore come il decreto del 2012”.
Quanto al ruolo della burocrazia del ministero del Lavoro, aggiunge: “Solo una politica forte può affrancare l’amministrazione pubblica dai riti consociativi, dalla prassi per cui una mano lava l’altra. E un governo dimissionario, evidentemente, non esprimeva una politica forte”. E’ certo che al netto di molta retorica nel dibattito pubblico, “la contrattazione aziendale non sta approfittando come dovrebbe degli spazi finora aperti, per sperimentare nuovi modelli di organizzazione del lavoro, inquadramento professionale, struttura delle retribuzioni”. In questo pesa anche il ruolo di Confindustria: “Da una parte è legittimo cercare un clima più disteso nelle relazioni coi sindacati. Dall’altra dipende anche da Viale dell’Astronomia se il sistema italiano delle relazioni industriali è privo di una visione comune alle parti sugli obiettivi da raggiungere. Ciò lo rende debole e più permeabile agli interventi del legislatore”. “Questa vicenda dimostra ancora una volta che il nostro sistema di relazioni industriali è, e rimane, prevalentemente diffidente delle grandi innovazioni soprattutto sul piano dell’organizzazione del lavoro e della struttura delle retribuzioni. E’ ovvio – conclude Ichino – che in questo modo la produttività ne risulti frenata, e che ne risulti frenata a sua volta la crescita complessiva del paese”.
Gli articoli già pubblicati sull’argomento sono da oggi su www.ilfoglio.it/contrarian